Santa Maria Donnaregina, le origini

Chiese, Storia e Tradizioni

Santa Maria Donnaregina, le origini

Costruita lungo il Decumano Superiore, Santa Maria di Donnaregina (detta Donnaregina Vecchia), rappresenta uno dei più preziosi esempi di architettura medievale nella città di Napoli.

Nonostante le sue antiche origini, la chiesa è, come scrive Giuseppe Ceci:

pressochè ignorata. Chiusa al pubblico culto da che fu incorporata, verso il principio del diciassettesimo secolo, nella clausura dell’aristocratico monastero delle Clarisse, essa non si trova descritta nei libri dei nostri topografi seicentisti…

Le origini di Santa Maria Donnaregina sono antichissime: bisogna ritornare all’ottavo secolo; si racconta, infatti, che tra le sue mura vestirono l’abito di monaca Anastasia, figlia di Giovanni, Duca di Napoli, nell’anno 700 e una figlia di Anastasio, imperatore di Costantinopoli, nel 713.

In origine il complesso, sede delle monache basiliane, era dedicato a S. Pietro e denominato S. Pietro in Colle in Bicolo Turris poichè posto sulla sommità di una piccola collina. Il nome della proprietaria del suolo in seguito fu collegato al monastero.

Altre fonti indicano nel 1252 l’anno in cui Carlo I d’Angiò, fece rinchiudere in questo chiostro, con assegno mensile di tre once d’oro, le figlie dello svevo Riccardo Riburso che aveva fatto decapitare.

Il nome, quindi, non derivò dalla regina Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II, che ebbe comunque un ruolo di grande importanza per le sue donazioni che permisero l’opera di restauro della chiesa e del convento dopo il terremoto del 1293.

Nel 1298 il dormitorio era già in fase di riscostruzione per un costo di 40 once d’oro; tra il 1307 ed il 1316 la chiesa fu ricostruita e consacrata a S. Maria Assunta.

Intanto l’Ordine, inizialmente basiliano, divenne prima benedettino, dopo la conquista di Napoli di Ruggiero e poi francescano verso la metà del tredicesimo secolo.

La Regina Maria d’Ungheria volle essere tumulata lì alla sua morte e ciò avvenne nel 1323 mentre il monastero ed le più importanti chiese napoletane ereditarono le sue ricchezze. Le sue spoglie furono conservate nel bel sepolcro marmoreo innalzatole da re Roberto, suo figliuolo, con l’opera di Tino da Camaino.

La chiesa, però, subì ingentissimi danni nel 1390 a causa di un incendio causato dalla caduta di un fulmine; nel 1431 un terremoto peggiorò la situazione causando la definitiva distruzione del chiostro trecentesco.
Cento once d’oro fu quanto Giovanna II donò alle monache a patto che ricollocassero lo stemma di Maria d’Ungheria anch’esso andato distrutto.

È da notare che il complesso scampò alla mania barocca di pesanti restauri, se si esclude, ad esempio, la realizzazione del soffitto ligneo a cassettoni e decorazioni dorate, soffitto realizzato da Pietro Berverte.
Il motivo ce lo dice ancora il Ceci:

Le fastose monache, che al principio del Milleseicento decretarono colla costruzione della chiesa nuova la chiusura della vecchia, inconsciamente salvarono questa dalla sorte che subirono a quel tempo altri edifici medievali.

Siamo agli inizi del Seicento: notevoli doti dovute alle numerose vocazioni, insieme a consistenti donazioni esterne spinsero a costruire una nuova struttura secondo i mutati gusti estetici: Santa Maria di Donnaregina Nuova, costruita comunicante con quella trecentesca, destinata alla clausura.

Dal 1861, anno in cui con un decreto regio le suore furono trasferite nei cinventi di Santa Chiara e Donnalbina, al 1899, il complesso fu utilizzato di volta in volta come caserma, scuola, alloggio per i bisognosi e sede della Corte di Assise del Tribunale.

Fu infatti solo nel 1862 che il complesso fu aperto per la prima volta al pubblico.

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