La sagrestia di San Domenico Maggiore, stupendo ambiente rettangolare progettata da Giovan Battista Nauclerio il cui soffitto venne decorato da Francesco Solimena nel 1709 con un’allegoria del “Trionfo della Fede”, non è destinata soltanto a conservare sacri arredi e paramenti della chiesa. Essa può definirsi il sepolcro dei principi aragonesi: quarantacinque “Arche” disposte su due ordini lungo un corridoio pensile, al di sopra degli armadi di noce intagliati e decorati, contengono le spoglie di re e personaggi di corte dal periodo aragonese in poi.
Diciannove sono le casse sul primo lato del corridoio pensile: le prime quattro contengono i corpi dei figli di Giandomenico Milano, marchese di San Giorgio; la successiva rappresenta il sepolcro del conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci, decapitato l’11 dicembre del 1846 in piazza Mercato: era segretario di stato della famiglia aragonese e partecipò alla congiura dei baroni contro Ferdinando I d’Aragona; di seguito le tombe di Ludovico Guglielmo di Aragona, duca di Montalto, di Ferdinando Orsini, duca di Gravina, di Pietro d’Aragona, duca di Montalto morto nel 1552.
L’ultima tomba, con gli scudi degli stemmi d’Aragona e drappi d’argento, conserva le spoglie di Isabella d’Aragona, figlia del re Alfonso II e moglie di Giovanni Galeazzo Sforza, seppellita qui nel 1524.
Il secondo lato del corridoio pensile è occupato da nove casse.
La prima è del re Alfonso I d’Aragona (il corpo fu traslato nel 1667 in Catalogna per ordine del vicerè don Pedro d’Aragona): coperta da un drappo d’argento e da una corona lignea presenta un ritratto su tela in cornice ovale e la seguente iscrizione:
ALFONSUS I ARAGONIUS REX REGIBUS IMPERANS ET BELLORVM VICTOR OBIIT 1458
Di seguito vi è la cassa del re Ferdinando II d’Aragona, Ferrandino, morto nel 1496; poi quella della regina Giovanna d’Aragona morta nel 1518. L’ultima cassa conserva le spoglie della figlia di Vittorio Emanuele I, morta nel 1801 quando aveva appena 20 giorni di vita.
Sedici casse sono disposte lungo il terzo lato del corridoio pensile: appartengono a persone di famiglie nobili del regno di Napoli tra i quali i Carafa e gli Orsini.
A ciascuna cassa era prima affissa una tabella contenente uno o più distici composti da uno stesso autore ricordanti le gesta passate; queste tavolette furono tolte, o quando il vicerè Zunica, conte di Miranda nel 1594, per comando di Filippo II, riassettò questi sepolcri rivestendoli di nuovi drappi, o quando i frati li spostarono dopo la costruzione della nuova sagrestia.
Così, sopra la cassa di re Alfonso I si leggeva:
INCLYTYS ALPHONSVS QVI REGIBVS ORTVS IBERIS AVSONIAE REGNVM PRIMVS ADEPTVS ADEST OBIIT A. D. MCCCCLVIII.
Alla cassa sepolcrale di re Ferrante I era affisso il distico:
FERRANDUS SENIOR QVI CONDIDIT AVREA SAECLA MORTVVS AVSONIAE SEMPER IN ORE MANET OBIIT A. D. MCCCCXCIIII.
Sopra quella che racchiude re Ferrante II era scritto:
IFERRANDVM MORS SAEVA DIV FVGUS ARMA GERENTEM ? MOX POSITIS ILLVM IMPIA FALCE NECAS OBIIT A. D. MCCCCXCVI.
Sulla cassa della regina Giovanna moglie di Ferrante II.
SVSPICE REGINAM PVRA HOSPES MENTE IOANNAM ET COLE QVAE MERVIT POST SVA FATA COLI. OBIIT A. D. MDXVIII.
In un ostensorio d’argento si conservavano il cuore di Carlo II d’Angiò con la leggenda:Conditorium hoc est cordis Caroli II, illustrissimi Regius fundatoris Conventus. Anno domini 1309. quello di Alfonso I, Ferrante I e Ferrandino, poi trafugati ad inizio dell’Ottocento da un personaggio appartenente al governo francese.
Qui riposa il corpo del celebere marchese di Pescara, Francesco Ferdinando D’Avalos d’Aquino, il cui sepolcro fu onorato dai seguenti versi dell’Ariosto:
QVIS IACET HOC GELIDO SVB MARMORE ? MIXIMVS ILI.E PISCATOR BELLI GLORIA PACIS HONOS NVMQVID ET HIC PISCES COEPIT? NON: ERGO EVID? VRBES MAGNANIMOS REGES, OPPIDA, REGNA, DVCES. DIC QVIBVS HOC COEPIT PISCATOR RETIBVS? ALTO CONSILIO, INTREPIDO CORDE, ALACRIQVE MANV. QVI TANTUM RAPVERE DVCEM? DVO NVMINA, MARS, MORS. VT RAPERENT QYISNAM COMPVLIT? INVIDIA. NIL NOCVERE SIBI, VIVIT NAM FAMA EVPERSTES EVAE MARTEM ET MORTEM VINCIT ET ISVIDIAM.
Proprio il marchese di Pescara, assieme al duca di Termoli ed il conte di Maddaloni, intervenne durante l’incendio nella chiesa la notte del 28 dicembre del 1509 a protezione delle casse sepolcrali, all’epoca poste nella tribuna della basilica; le casse furono danneggiate ma non bruciarono completamente ed in seguito furono spostate nella sagrestia.
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